Voglio raccontarvi il nostro sogno, ma innanzi tutto voglio ringraziarvi di cuore per aver reso possibile ciò che all’inizio era considerata follia e ringraziarvi per la letizia che date nel trovare in ogni parte del nostro paese amiche, amici, sorelle, fratelli ed è una sensazione veramente gratificante.
Vi ringrazio per i risultati che avete raggiunto. Siamo stati fondatori dell’ “ospedale aperto”, allora considerato follia, oggi ammesso da tutti, e in marcia per diventare la città del malato.
Sono venuto con un’intenzione forse non buona: di crearvi cioè ‘turbamento’, parola che ha oggi assunto da noi un significato di paura, di sgomento; ma basti pensare che quando l’angelo annunciò a Maria l’attesa del bambino, Maria “restò turbata”. Questo è il turbamento, cioè quell’ansia di percorrere la strada che il Signore ha scelto per noi. Ma un giorno da Lui ci presenteremo e con quanto avremo fatto della Sua volontà.
Ero stato inviato da un amico, che forse qualcuno di voi conoscerà, Marcello Candia, un industriale di Milano, che liquidò il suo patrimonio e costruì sulle rive nord del Rio delle Amazzoni.
Mi chiese di andare da lui perché l’ospedale aveva bisogno di consigli per una rinnovazione. Sulle rive del fiume, di fronte a questo stupendo spettacolo della natura, mi sorse un pensiero che poi mi ha accompagnato: questo fiume è formato da tantissime gocce d’acqua. Noi siamo queste gocce d’acqua; fluiamo, cioè evoluiamo, ci modifichiamo. Però ci sono cose immodificabili, che sono la foce (dove ci presenteremo, con l’amore che abbiamo portato al prossimo nella vita) e la sorgente da cui abbiamo preso vita. Quindi tutto cambia, tranne la sorgente e la foce.
Voi avete ottenuto risultati stupendi, ma bisogna analizzare da dove è venuta la potenza per realizzarli, non certo da noi. Oggi è la Pentecoste, lo Spirito Santo, ed è li che è la forza. Tutte le cose che sono dinnanzi ai nostri occhi evolvono. Le nostre parole fondanti sono: accoglienza, accompagnamento, informazione, educazione sanitaria, sopratutto con una funzione d’ascolto.
Tutto cambia, ma c’è qualcosa a monte che non può essere cambiato né dimenticato, e può essere riassunto in una parola: unità. Certo ognuno vede a modo suo, ma questo è il punto fondamentale che vi volevo ricordare oggi.
Federavo, l’Avo, è una struttura stupenda, ma è una casa tutta costruita sulla roccia, o qualcosa rischia di essere costruita sulla sabbia? In momenti difficili come questi, volevo ricordarvi quali sono veramente le nostre radici affinché questa nostra struttura cresca in tutte le sue parti.
L’essenza dell’Avo è stata l’essere il consolatore di un sintomo che i medici non riescono a curare: la solitudine. Consolare vuol dire «non lasciare solo». Questo è il timbro che con tanta fortuna e dono di Dio ha consentito all’Avo di crescere e di diventare quello che è oggi. Ma teniamo ben presente che, come ogni altra cosa, al primo colpo di vento possiamo sparire. E volevo anche ricordare che la Federavo e l’Avo sono nate da un’altra associazione, hanno una madre, che allora si chiamava Corpo Volontari e che poi cambiò nome, di cui l’attuale Presidente è stato il coniatore, e fu quasi un momento profetico: AFCV, Associazione Fondatori di una Nuova Cultura per il Volontariato, profetico perché oggi solo uno sprovveduto non s’accorge che senza cultura non si va da nessuna parte. Formazione, preparazione, sono cose importanti, però la cultura è un concetto più vasto: comprende la ricerca, ricerca di colui che ha ancora più bisogno dell’Avo, e l’ha in modo peculiare. La ricerca si fa attraverso un progetto, che è importante e non è cosa semplice. Il progetto deve essere originale, concernere qualcosa che ci dovrebbe essere e non c’è. Deve essere fattibile, e quindi occorre sperimentare. Deve essere indirizzato al Bene Comune. Per fare tutto ciò occorrono delle competenze, non basta la sola buona volontà. Competenze che noi non conosciamo e che ci devono essere date, utili per rafforzare la nostra unità.
Ma bisogna essere aperti ad un’altra forma di volontariato, e cioè aperti a competenze che vengono dall’esterno, e tale competenza può rivelarsi preziosa. Ad esempio, una persona come l’avv. Grassani, titolare di uno dei più importanti studi legali d’Italia, dona la sua competenza. Di queste competenze non possiamo fare assolutamente a meno, anche se egli non ha le caratteristiche per entrare a far parte della Federavo, né avrebbe senso, in quanto Federavo si interessa di persone che operano nel campo sanitario.
allora l’Avo- scusate la mia deformazione personale- passa, da essere organo destinato ad una funzione, ad essere Corpo, un’entità vitale come ognuno di noi è.
Immagino, da mesi, la Federavo e l’Avo come una bellissima struttura, muscolare, esteticamente bella, che ha però bisogno di un sistema nervoso centrale. La AFCV deve subire questa trasformazione, diventare cioè un Centro Studi Ricerche e Risorse, e svolgere questo compito al servizio dell’Avo, essere entità autonoma come concezione e come specificità, e tuttavia essere in perfetta osmosi con l’Avo e la Federavo, onde anche un piccolo progetto di una Avo minore possa essere aiutato e sviluppato con l’aiuto di queste competenze.
ma non basta. C’è una terza forma di autonomia, pur rimanendo nella perfetta osmosi, che è legata al nostro principio fondante: se in ospedale noi stabiliamo un rapporto di reciprocità, sappiamo che è lì e la nostra potenza, e non può essere una decisione burocratica o economica a far disperdere un patrimonio di questo genere; il rapporto di reciprocità cioè è utile alla prosecuzione dell’accompagnamento, e perciò ma non ci si vede disinteressare di quanto avverrà dopo l’ospedale. Quando si ritira la pensione, ad esempio, non disperdiamo i soldi il giorno dopo; e quindi se il nostro scopo è l’aiuto a chi ha bisogno, è utile che questo scopo sia continuato, deve essere continuato anche sul territorio. E attraverso l’Associazione Fondatori, sperimentazioni di questo tipo sono state fatte, e con risultati molto positivi.
In particolare l’esperienza fatta, tuttora in atto, a Salerno, con l’Associazione ” Noi Per te”, dedicata all’oncologia e alle cure palliative, con ammalati che entrano ed escono dall’ospedale, ha avuto un successo tale che la Regione Campania ha dato un cospicuo aiuto economico affinchè tale opera non si interrompa. Il modello quindi l’abbiamo già, basta coglierlo. Analoga opera, purtroppo ora terminata per varie ragioni, si è avuta a Livorno. esperienze che sono però continuate attraverso un progetto, tuttora in corso, ed è quello sulla psichiatria. Probabilmente a novembre avremo la seconda riunione nazionale. Sia pur a macchia di leopardo, l’esperienza si sta diffondendo nelle nostre Avo, e pur parziali risultati sono sinora molto positivi. va tenuto conto che i moltissimi pazienti psichiatrici, quando dimessi, vengono in gran parte abbandonati al loro destino. E in questo campo, nella nostra nazione non si fa niente, e neanche nel campo della prevenzione. Ora, delineato nostro corpo, al quale abbiamo messo ossa e muscoli, sistema nervoso, dobbiamo mettere la circolazione, perché l’amore circola, e ciò comprende naturalmente le persone; nell’ospedale abbiamo abbattuto, come cennavo sopra, il muro d’entrata, ma ora dobbiamo abbattere anche quello d’uscita, e quindi occorre questa terza autonomia, nostra sorella, che l’assistenza domiciliare post-ricovero. Ma, come dice un bel proverbio ” non c’è vento buono se il marinaio non conosce la rotta”; è importante per noi avere una dirittura ( costruendo entro di noi, che altrimenti cosa andiamo a portare all’ammalato?). Dobbiamo aiutare a nascere questo aspetto, che, guardate, è quello del futuro, che altrimenti si andrebbe incontro a quelle che si definiscono ” malattie da usura”. La solitudine della malattia fuori dall’ospedale sta diventando il problema caratteristico della nostra Società, e il pubblico non è avaro nell’aiutare questo tipo di intervento.
E’ così il nostro corpo ha anche la circolazione. Ma all’interno, come nel nostro corpo, avviene l’usura. Io sono diventato vecchio, il tempo passa, mia moglie se n’è andata, e allora occorre il rinnovamento: qualcuno che continui sulla nostra strada. E questa è la quarta autonomia, e sottolineo autonomia, ed è l’Avo Giovani. Noi abbiamo giovani splendidi che sono con noi, ma c’è un piccolo difetto. Abbiamo cercato di mettere a loro il vestito che andava bene per noi trent’anni fa. Ma non va più bene oggi. Il bambino, nella sua famiglia, è chiuso in un guscio protettivo, e la famiglia è una piccola società. Il guscio però si rompe ed il giovane si trova a contatto con la grande società. Il salto è terribile, e molte malattie psichiatriche hanno in questo passaggio il loro momento di nascita. Il giovane esce dalla famiglia ed entra a far parte del ‘gruppo’, che spesso è visto come qualcosa di pericoloso. Per certi versi lo è, ma il gruppo è la fase di preparazione all’ingresso nella società, perché si incontrano i ‘prossimi’, ma sono prossimi più facili, perché simili a noi, hanno gli stessi problemi, ma con loro si comunica all’interno del gruppo, si vive, si balla, si canta, ci si diverte, ma vi è anche una concettualità simile a quella del bene comune. E allora il giovane va preparato sulla concettualità del volontariato, che non è obbligatoriamente l’Avo, ma che ha sempre due componenti fondamentali: la solidarietà (vorrei per te quello che vorrei per me) e la sussidiarietà. Concetti complementari ma è bene che non vengano confusi. Se c’è questo percorso, si può presentare i maniera opportuna il concetto che anche la sofferenza è un momento di vita, anche se deve essere il più possibile attenuata, ma non priva di valori. A questo punto avremo dei giovani che di impattano con valori che, se anche se ne dovessero andare, hanno fatto un’esperienza positiva. Se ne andranno perché studieranno, si saranno sposati, lavoreranno, ma il seme è stato gettato, e l’esperienza non la dimenticheranno.
Ed allora al nostro corpo aggiungiamo anche le cellule staminali, e sono i Giovani che hanno capito che c’è un bene comune. E ci vuole autonomia, che altrimenti mancherebbe la creatività. Abbiamo quindi descritto queste quattro autonomie (scheletro muscoli = Avo Federavo, sistema nervoso; = AFCV; circolazione= amore fuori le mura, Noi per Te; cellule staminali= giovani) che devono essere in perfetta simbiosi, l’una al servizio dell’altra. Che cosa può svolgere unitariamente questa funzione?
Ed ecco, proprio con Nuccia, abbiamo sognato la “casa” dove queste autonomie si ritrovano, e questa casa è la Fondazione. Le quattro autonomie sono socie della Fondazione, che potrebbe garantire:
- che la sorgente è sempre viva e sempre ricordata,
- un mezzo più facile per, ad esempio, una raccolta fondi che vengono dalla società che noi serviamo ( es. mio figlio, che lavora in Mediaset, si adopererà affinché nella trasmissione Striscia la Notizia venga promossa una sottoscrizione per la prossima Fondazione),
- e potrebbe essere un mezzo equilibratore tra Avo che non hanno gravi problemi economici e altre che invece fanno fatica a sopravvivere ( in una famiglia non c’è uno che ha fame e un altro che è sazio).
Questo è il sogno, anche se la strada per realizzarlo non è certamente facile, ma questo non ha importanza, quello che è importante è sapere per dove si marcia e prevedere quelle che sono le nostre fragilità.
E penso che Nuccia possa anche dare il nome a questa Fondazione.
Erminio Longhini
